• Felipe, Andrej e Juan se ne stavano seduti sul pianerottolo delle scale di emergenza, chiacchierando di gusto avvolti nel fumo delle loro sigarette. Appoggiati a terra vicino a loro c’erano loro i visori. Juan aveva iniziato da pochi giorni il lavoro di manutentore e si trovava benissimo. E, come spesso capita, i nuovi arrivati imparano subito le cattive abitudini dai colleghi più esperti.  

    Era stato Felipe, un paio di settimane prima a convincerlo a fare domanda “quel vecchio di merda non ti paga abbastanza per passare tutto il giorno in officina a riparare camion. Nella fabbrica dove lavoro io cercano manutentori come disperati” gli aveva suggerito.

    “Ma io non ho esperienza di impianti industriali, compadre” rispose titubante Juan.

    “Ah parceiro, L’esperienza non conta! Ti danno il visore e l’IA ti dice esattamente quello che devi fare. Facile come rubare in chiesa”. Replicò Felipe con una sonora risata.

    L’amico Felipe veniva dal Brasile. I suoi modi faciloni riuscivano sempre a convincerlo e lui, da buon messicano, era portato a fidarsi di un latino come lui.

    “Facciamo che ti credo. La paga è buona? Non ho voglia di spaccarmi la schiena, non sono venuto in questo Paese per sgobbare di più che in Messico!” Precisò Juan.

    “Non preoccuparti Juanito, il mio collega Andrej è un genio. Abbiamo messo in piedi un sistema per faticare il meno possibile!” Sorrise Felipe tracannando la birra. “Un’altra!” Chiese al barista svogliato dietro al bancone che stappò una bottiglia e gliela porse.

    “In pratica, quei visori mostrano ai capi quando stiamo lavorando o quando stiamo facendo altro. Ma quel prodigiodi Andrej ha degli amici che sanno fare giochi di prestigio” Sorrise compiaciuto e parlando a bassa voce continuò “riusciamo a prenderci delle mezz’ore di pausa ogni due ore senza che se ne accorgano, abbiamo anche hackerato la serratura della porta che dà sulle scale di emergenza. Praticamente abbiamo la nostra area relax. In cambio noi gli portiamo fuori qualche informazione o pezzo ogni tanto”.

    “E la sorveglianza non vi scopre? I macchinari non hanno guasti? Che cos’è spionaggio industriale?” chiese sospettoso Juan.

    “Juanito sempre così temeroso! Parla a voce bassa” sussurrò dandogli una pacca sulla spalla. “Abbiamo un sistema perfetto, sappiamo che giro fare per non farci vedere dalle telecamere e poi le guardie non vengono mai a controllare perché i loro visori non sono programmati per questo.” E aveva terminato anche la seconda birra.

    Erano passati pochi giorni da quella sera, e Juan era entrato a far parte del reparto manutenzione della fabbrica. Il processo di selezione era stato incredibilmente rapido, forse perché era sponsorizzato da Felipe. Aveva dovuto compilare dei moduli online e poco dopo lo avevano assunto. 

    La vita in fabbrica era molto più semplice rispetto all’officina dove il vecchio proprietario gli gridava contro tutto il giorno. Le attività erano più leggere e ci si sporcava molto meno le mani perché qui non aveva a che fare con grassi e oli di motori. I visori AI rendevano effettivamente il lavoro più facile e si era creato un ottimo rapporto anche con Andrej. Loro tre si prendevano spesso queste pause aggiuntive e se ne andavano a fumare sulle scale nonostante fosse il fumo fosse vietato in tutto lo stabilimento.

    Erano proprio nel mezzo di una loro pausa quando saltò la corrente. E si accesero immediatamente le luci di emergenza

    Carahlo!” esclamò Felipe “ora verranno a controllare e penseranno che siamo stati noi.” Era la prima volta che Juan lo vedeva preoccupato. “Torniamo in postazione prima che arrivino Knox e i suoi. Quello si che è un vero stronzo, Juan” spense la sigaretta sotto la scarpa e si avviò giù per le scale.

    “Ehi Brasiliano!” Lo richiamò Andrej “non dimenticarti il visore!”. 

    Avevano indossato i visori e si erano precipitati giù per le scale. Andrej avrebbe rimosso il blocco della serratura elettronica della porta e nessuno si sarebbe accorto di nulla. Juan correva col cuore in gola. Non avrebbe perso il lavoro. 

  • 6 ore prima dell’operazione “Thunderstruck”

    Il maggiore Knox se ne stava in piedi, con le mani dietro la schiena, ad osservare la fabbrica dalla grande finestra nel suo ufficio. Da quella posizione poteva godere di una splendida visuale dall’alto di quel modernissimo impianto industriale automatizzato che lavorava senza sosta. Non si vedevano operatori, fatto salvo per qualche manutentore che svolgeva i propri compiti di routine. Solo macchine, infaticabili macchine, che assemblavano altre macchine portatrici di morte a buon mercato. Impossibili da individuare, impossibili da arrestare, estremamente facili da teleguidare.

    Scosse la testa con la consueta espressione corrucciata. “Ai miei tempi, la guerra era una questione tra uomini. C’eri tu e il tuo nemico, contavano abilità e addestramento” pensò “non come ora, che per poche migliaia di dollari un qualsiasi pazzoide poteva permettersi uno di questi droni”.

    E di pazzoidi ce n’erano molti visto che la fabbrica lavorava senza sosta ogni giorno dell’anno.

    Il maggiore Knox si sedette sulla sua poltrona e tirò fuori dal cassetto della scrivania una bottiglia di bourbon e si versò un bicchiere, rigorosamente senza ghiaccio. Ne assaporò il gusto forte dell’alcol sulla lingua.

    Potersi fare un buon drink sul lavoro era uno dei vantaggi del non essere più nell’esercito. Non era mai stato in guerra e nemmeno in missione, aveva fatto carriera restando principalmente in ufficio. Ciò nonostante, si teneva scrupolosamente in allenamento e andava molto fiero dei propri bicipiti. Portava sempre e solo t-shirt attillate proprio per metterli in mostra. Amava paragonarsi ai gladiatori dei tempi antichi, e questa illusione lo faceva sentire dannatamente bene. Aveva deciso di lasciare le armi quando, grazie ad alcune amicizie che sedevano sulle poltrone giuste, gli avevano proposto di gestire la sicurezza in questa fabbrica di droni prototipo. La paga era ottima, e Dio solo sa quanto avesse bisogno di soldi da quando la sua ex-moglie Amanda aveva ottenuto il divorzio e si era presa tutto.

    Il lavoro di responsabile della sicurezza non era male, anzi era piuttosto semplice per uno come lui. Doveva supervisionare la sicurezza degli impianti e dello stabilimento. Problemi ce n’erano molto di rado. Al massimo avevano dovuto allontanare qualche curioso o un paio di giornalisti ficcanaso. La fabbrica poi era a prova di bomba: situata nel bel mezzo del deserto, nessun edificio attorno, scavata nel sottosuolo, dotata di portoni blindati e muri di cemento armato. Un impianto di sicurezza di prim’ordine, con sensori alle porte e telecamere dappertutto. Era evidente che gli investitori non avevano badato a spese. Anche la parte metodologica era accuratissima: c’erano protocolli molto rigidi da seguire per ogni eventualità. Nulla era stato lasciato all’improvvisazione, anche se, a dire la verità, questo aspetto non piaceva molto al maggiore Knox. Preferiva avere un certo grado di libertà di azione e, soprattutto, lo terrorizzava la procedura di intervento della task force nei casi di emergenza. Due elicotteri da guerra con quaranta uomini scelti a bordo pronti a bloccare il perimetro della fabbrica, con licenza di sparare a vista e, quel che era peggio, di sollevarlo all’istante dal suo incarico.  

    Sollevò il bicchiere guardando il colore caldo del suo drink e bevendo un altro sorso. “No, non ci saranno problemi” si disse, ma la mente tornava all’unica fonte di preoccupazioni: il personale che si era ritrovato a gestire. Quello era il vero punto debole della sicurezza nella fabbrica secondo lui. Suo malgrado doveva convenire che, con la difficoltà nel reperire personale qualificato, anche una fabbrica di droni fantasma come questa era stata costretta ad assumere i rifiuti della società. Del resto, non servivano abilità particolari, caschi e visori guidavano le guardie di sicurezza in ogni attività e le armi in dotazione erano calibrate dall’IA. Sì, quando l’avevano ideata, quella maledetta IA, avevano pensato proprio a tutto. Avevano fatto in modo che i caschi delle guardie di sicurezza non si potessero sganciare una volta indossati se non con un comando di un superiore o alla fine del turno. Non c’era spazio alla negligenza in una fabbrica del genere. Perciò, per quel tipi di mansione, era sufficiente la manodopera a basso costo, impossibilitata a disobbedire, senza alcun bisogno di addestramento e facilmente sostituibile.

    Knox ricordava il disprezzo con cui aveva passato in rassegna le squadre di sicurezza al suo arrivo. Praticamente una banda di scappati di casa, immigrati, pregiudicati o gente disperata della peggior specie che non parlava nemmeno la sua lingua. Il solo ricordo gli provocava una smorfia di disgusto. L’IA però faceva miracoli, questo doveva ammetterlo, e se non altro rendeva quegli uomini utili al suo scopo.

    Col tempo ed attraverso una lunga selezione era riuscito a formare una sua squadra speciale, un gruppo di ex militari come lui, gente navigata, che non aveva bisogno dell’IA anche per andare al gabinetto. Uomini tosti, che passavano le giornate ad allenarsi al poligono o in palestra. Non erano in molti, solo in sette, ma era la qualità che contava. E sapeva di poter contare su di loro nel caso ci fosse stata una vera emergenza. Con questo asso nella manica si sentiva molto più tranquillo.

    Bevve un altro sorso del suo drink e appoggiò la testa allo schienale e sorrise soddisfatto. Le cose non andavano così male dopotutto.

  • Lemmy stava seduto sulla sua sedia da gamer professionista, di fronte agli schermi che gli coprivano tutto lo specchio visivo.

    Sentiva il suo socio allenarsi duramente nella stanza a fianco. Dai colpi avrebbe scommesso stesse picchiando il sacco da boxe. Presto sarebbe stata l’ora dei muscoli, non prima però che lui facesse la sua “magia”. Fece partire la sua playlist salvata come “Heavy Metal da lavoro”, che lo aiutava ad immergersi nell’hacking dei sistemi informatici ed entrò nei sistemi aziendali. Le dita digitavano veloci i comandi sulla tastiera del PC. Era stato piuttosto semplice far abboccare al suo amo l’ignaro bersaglio, un neoassunto nel reparto manutenzione, ed ora era pronto per entrare in gioco. Quell’ingenuo aveva seguito passo passo le istruzioni lasciate via mail, convinto di registrare i propri dati nella directory aziendale per poter ricevere lo stipendio.

    “Caro Juan, ti ringrazio infinitamente per la tua buona volontà” disse sogghignando Lemmy.

    In pochi passaggi era riuscito ad ottenere username e password di uno degli amministratori di sistema. Un gioco da ragazzi per un hacker esperto come lui. Non gli rimaneva che lasciare una comoda backdoor e cancellare ogni log che potesse ricondurre a lui.

    “Ehi Lemmy, la tua playlist non mente. Sei già riuscito ad entrare?” Chiese il socio facendo capolino dalla stanza a fianco. Era tutto sudato e rosso in viso, ansimava per lo sforzo ma sfoggiava un sorriso amichevole.

    “Oh si Raiden! Sono dentro.” rispose felice Lemmy. “mi ci vorrà ancora un bel po’ di lavoro, ma possiamo cominciare con la seconda fase del piano” continuò.

    “Ottimo, non avevo dubbi che saresti riuscito ad entrare” rispose Raiden facendosi serio “la scadenza con il committente si avvicina, ma sono sicuro che porteremo a casa il risultato”.

    “Ne sono convinto anch’io.” annuì Lemmy.

    Rimasero qualche secondo in silenzio, ognuno pensando alla missione, quando Lemmy chiese “perchè hai scelto Raiden come nome in codice per questa missione?”

    Il socio sorrise pensieroso, come stesse ricordando qualcosa di piacevole “perché mentre ero appostato ad osservare i movimenti nella fabbrica è arrivata una tempesta. Non è caduta nemmeno una goccia d’acqua dal cielo, ma non ho mai visto tanti fulmini e sentito tanti tuoni come quel giorno. E poi perché sono un grande fan di Metal Gear Solid!” Concluse con una risata alla quale si unì anche Lemmy.

    Un istante dopo però, il socio, mago dell’informatica, lo fissò pensieroso e disse “dalle tue osservazioni sul campo e dai risultati delle mie ultime analisi avrai solamente 4 minuti e 52 secondi prima che arrivi la task force di controllo allertata dal blackout dei sistemi. Meno di cinque minuti per entrare, lasciare il pacchetto, distruggere l’hardware ed uscire. Non sarà come giocare ad un videogame. Pensi di farcela?”

    “Ce la farò” rispose perentorio Raiden. Lemmy ormai lo conosceva a tal punto da sapere che il socio avrebbe affrontato la sfida al massimo delle proprie capacità e non avrebbe ammesso la sconfitta. Quando Raiden aveva quella determinazione negli occhi non c’era spazio per i dubbi.

    “Allora ricapitoliamo” riprese Lemmy alzandosi dalla sedia e camminando in tondo. “4 minuti e 52 secondi di tempo massimo.” Borbottò tra sé pensieroso. “Trovata!” sorridendo trionfante “Sai quale canzone sarà la colonna sonora della tua incursione?”

    “Quale?”

    “Thunderstruck!”

  • Nome Operazione: “Thunderstruck”

    Luogo: N/D Ore: 3:24 AM

    “Sei pronto per la festa?” chiese la voce attraverso gli auricolari.

    Prima di rispondere fece un respiro profondo, cosa che gli risultava sempre strana avendo un casco ermetico sulla testa. Scrutava con la funzione binoculare la fabbrica di droni dove si sarebbe dovuto infiltrare entro pochi minuti. In lontananza si sentivano dei tuoni e si scorgevano dei lampi, segno inequivocabile di una tempesta in arrivo. Rispetto alla fabbrica, si trovava ad una distanza di un paio di kilometri, accovacciato sul tetto del furgone che aveva preso a noleggio in una di quelle agenzie che li affittano per i traslochi. Nei giorni precedenti, per le sue ricognizioni, aveva utilizzato veicoli sempre diversi per evitare di dare nell’occhio. Infine aveva optato per quel comune furgone e si era fermato in una piazzola di sosta. Già da giorni aveva già tracciato il percorso migliore e mappato la posizione di tutte le guardie di sicurezza della struttura. Grazie ai visori integrati nel casco gli erano bastati pochi secondi ed ora il suo obiettivo gli appariva come un punto giallo. Ripassò un’ultima volta il piano per la missione: “trentacinque guardie di sicurezza all’esterno, una recinzione perimetrale alta cinque metri, quarantotto telecamere, quattro ascensori e un montacarichi. Una squadra di sicurezza speciale non collegata all’IA della fabbrica composta da sette uomini più il loro leader. Obiettivo primario al secondo piano sotterraneo. 4 minuti e 52 secondi di tempo”.

    Si, era pronto per entrare in azione.

    “Apriamo le danze” rispose “facciamogli sentire un po’ di rock’n’roll”.

    “Ricevuto!” rispose eccitata la voce attraverso gli auricolari.

    “Blackout della base tra 60 secondi” continuò “ti ricordo che partirà immediatamente un messaggio di alert che farà uscire immediatamente la task force di controllo”.

    “Perfetto. Non abbiamo tempo da perdere. Vado in posizione” e spiccò un balzo dal tetto del furgone, atterrando agilmente ad una trentina di metri. Equipaggiare una tuta esoscheletro come la sua aveva innumerevoli vantaggi, tra cui il poter percorrere i due kilometri di area desertica che lo separavano dalla fabbrica in poco più di 60 secondi.

    Era quasi arrivato alla recinzione perimetrale che circondava l’edificio quando saltò la corrente. L’intera fabbrica rimase al buio per qualche istante, giusto il tempo che entrassero in azione gli UPS e si accendessero le luci di emergenza.

    “Ehi Lemmy, ci sei?” chiese mentre raggiungeva la recinzione.

    “Certo Raiden, sono dentro ai loro sistemi. Sta per arrivare la tempesta, in tutti i sensi!” rispose divertito Lemmy.

    Raiden sorrise pensando a quanto Lemmy amasse giocare con i doppi sensi. “Hai 4 minuti e 52 secondi a partire da adesso. Sono al tuo fianco” Lo avvisò Lemmy. Dagli altoparlanti della base partì a tutto volume il riff di Thunderstruck degli AC/DC.

    Raiden raccolse le gambe e scattò in alto come una molla, superando la recinzione alta 5 metri con un facilità ed atterrando comodamente dall’altra parte. Ammortizzatori ai talloni, un altro vantaggio della tuta.

    Dall’altra parte della recinzione la situazione era caotica. Le guardie di sicurezza erano nella confusione totale. I pochi che ancora si reggevano in piedi, provavano inutilmente a togliersi il casco. Gli stessi caschi con visori integrati che normalmente ne incrementavano le capacità di mira e di visione. Ora però li intrappolavano con Lemmy che sparava nei timpani di quei poveretti il riff di Angus Young a tutto volume. In più, aveva anche compromesso le funzionalità dei visori in modo da farli piombare in un incubo epilettico. Questo rendeva la sua infiltrazione molto più semplice.

    La tempesta saliva potente nelle note iniziali di Thunderstruck e nei cieli attorno alla fabbrica. Raiden si avvicinava indisturbato e velocissimo alle baie di carico dei camion. “Le telecamere?” chiese a Lemmy. “tranquillo, le ho disattivate tutte” rispose serio il suo socio informatico. La via era spianata. “Non sarà così semplice, ricordatelo” si ripeteva mentalmente Raiden.

    Entrare dalla zona di carico merce rappresentava il percorso più rapido per raggiungere l’obiettivo al secondo piano sotterraneo. Questo grazie al montacarichi dedicato alla manutenzione della modernissima linea di produzione e imballaggio automatizzata dei droni, che collegava direttamente i vari piani sotterranei.

    Arrivato al montacarichi, Raiden forzò le porte con la forza delle braccia meccaniche. Si sporse e vide che il montacarichi era fermo proprio al piano -2. Senza corrente non c’era speranza di farlo risalire e il cronometro giocava contro di lui. Era un’eventualità che avevano messo in conto. Perciò Raiden non ci pensò due volte e si lanciò nel vuoto, cadendo a tutta velocità e atterrando con un boato sul montacarichi proprio quando Brian Johnson spaccava la notte col suo “THUNDER!

    Erano passati 52 secondi. restavano 4 minuti.