6 ore prima dell’operazione “Thunderstruck”
Il maggiore Knox se ne stava in piedi, con le mani dietro la schiena, ad osservare la fabbrica dalla grande finestra nel suo ufficio. Da quella posizione poteva godere di una splendida visuale dall’alto di quel modernissimo impianto industriale automatizzato che lavorava senza sosta. Non si vedevano operatori, fatto salvo per qualche manutentore che svolgeva i propri compiti di routine. Solo macchine, infaticabili macchine, che assemblavano altre macchine portatrici di morte a buon mercato. Impossibili da individuare, impossibili da arrestare, estremamente facili da teleguidare.
Scosse la testa con la consueta espressione corrucciata. “Ai miei tempi, la guerra era una questione tra uomini. C’eri tu e il tuo nemico, contavano abilità e addestramento” pensò “non come ora, che per poche migliaia di dollari un qualsiasi pazzoide poteva permettersi uno di questi droni”.
E di pazzoidi ce n’erano molti visto che la fabbrica lavorava senza sosta ogni giorno dell’anno.
Il maggiore Knox si sedette sulla sua poltrona e tirò fuori dal cassetto della scrivania una bottiglia di bourbon e si versò un bicchiere, rigorosamente senza ghiaccio. Ne assaporò il gusto forte dell’alcol sulla lingua.
Potersi fare un buon drink sul lavoro era uno dei vantaggi del non essere più nell’esercito. Non era mai stato in guerra e nemmeno in missione, aveva fatto carriera restando principalmente in ufficio. Ciò nonostante, si teneva scrupolosamente in allenamento e andava molto fiero dei propri bicipiti. Portava sempre e solo t-shirt attillate proprio per metterli in mostra. Amava paragonarsi ai gladiatori dei tempi antichi, e questa illusione lo faceva sentire dannatamente bene. Aveva deciso di lasciare le armi quando, grazie ad alcune amicizie che sedevano sulle poltrone giuste, gli avevano proposto di gestire la sicurezza in questa fabbrica di droni prototipo. La paga era ottima, e Dio solo sa quanto avesse bisogno di soldi da quando la sua ex-moglie Amanda aveva ottenuto il divorzio e si era presa tutto.
Il lavoro di responsabile della sicurezza non era male, anzi era piuttosto semplice per uno come lui. Doveva supervisionare la sicurezza degli impianti e dello stabilimento. Problemi ce n’erano molto di rado. Al massimo avevano dovuto allontanare qualche curioso o un paio di giornalisti ficcanaso. La fabbrica poi era a prova di bomba: situata nel bel mezzo del deserto, nessun edificio attorno, scavata nel sottosuolo, dotata di portoni blindati e muri di cemento armato. Un impianto di sicurezza di prim’ordine, con sensori alle porte e telecamere dappertutto. Era evidente che gli investitori non avevano badato a spese. Anche la parte metodologica era accuratissima: c’erano protocolli molto rigidi da seguire per ogni eventualità. Nulla era stato lasciato all’improvvisazione, anche se, a dire la verità, questo aspetto non piaceva molto al maggiore Knox. Preferiva avere un certo grado di libertà di azione e, soprattutto, lo terrorizzava la procedura di intervento della task force nei casi di emergenza. Due elicotteri da guerra con quaranta uomini scelti a bordo pronti a bloccare il perimetro della fabbrica, con licenza di sparare a vista e, quel che era peggio, di sollevarlo all’istante dal suo incarico.
Sollevò il bicchiere guardando il colore caldo del suo drink e bevendo un altro sorso. “No, non ci saranno problemi” si disse, ma la mente tornava all’unica fonte di preoccupazioni: il personale che si era ritrovato a gestire. Quello era il vero punto debole della sicurezza nella fabbrica secondo lui. Suo malgrado doveva convenire che, con la difficoltà nel reperire personale qualificato, anche una fabbrica di droni fantasma come questa era stata costretta ad assumere i rifiuti della società. Del resto, non servivano abilità particolari, caschi e visori guidavano le guardie di sicurezza in ogni attività e le armi in dotazione erano calibrate dall’IA. Sì, quando l’avevano ideata, quella maledetta IA, avevano pensato proprio a tutto. Avevano fatto in modo che i caschi delle guardie di sicurezza non si potessero sganciare una volta indossati se non con un comando di un superiore o alla fine del turno. Non c’era spazio alla negligenza in una fabbrica del genere. Perciò, per quel tipi di mansione, era sufficiente la manodopera a basso costo, impossibilitata a disobbedire, senza alcun bisogno di addestramento e facilmente sostituibile.
Knox ricordava il disprezzo con cui aveva passato in rassegna le squadre di sicurezza al suo arrivo. Praticamente una banda di scappati di casa, immigrati, pregiudicati o gente disperata della peggior specie che non parlava nemmeno la sua lingua. Il solo ricordo gli provocava una smorfia di disgusto. L’IA però faceva miracoli, questo doveva ammetterlo, e se non altro rendeva quegli uomini utili al suo scopo.
Col tempo ed attraverso una lunga selezione era riuscito a formare una sua squadra speciale, un gruppo di ex militari come lui, gente navigata, che non aveva bisogno dell’IA anche per andare al gabinetto. Uomini tosti, che passavano le giornate ad allenarsi al poligono o in palestra. Non erano in molti, solo in sette, ma era la qualità che contava. E sapeva di poter contare su di loro nel caso ci fosse stata una vera emergenza. Con questo asso nella manica si sentiva molto più tranquillo.
Bevve un altro sorso del suo drink e appoggiò la testa allo schienale e sorrise soddisfatto. Le cose non andavano così male dopotutto.

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